Inglesi, troppo inglesi

a cura del Prof. Massimo ArcangeliItanglese nella pubblicità

Con 1400 bollini si può avere in regalo un plak control center, mentre ne bastano 550 per un semplice plak control singolo, cioè un normale spazzolino da denti elettrico. Con 550 bollini si può avere un asciugacapelli travel silencio internacional; con 850 un silk-épil supersoft, cioè un depilatore per signora, e, con soli 250 bollini, un rasoio pocket twist.

Il brano è tratto da un sito, di proprietà di Stefano Vernole (http://www.italiasociale.org). È una delle tante offerte promozionali che le catene di supermercati propongono alla loro clientela, desiderosa di riempire di bollini d’acquisto le apposite tessere (ormai, per lo più, in formato card: Carta Insieme, Carta Club, ecc.) per poter ottenere alla fine il sospiratissimo regalo. Non siamo molto lontani da questa parodia del perfetto itanglese, realizzata dalla Agostini Associati:

Come potete vedere da questa slide, la nostra unit Food & Beverage ha realizzato un ROI del 30% superiore al benchmark della categoria made in Italy, come da nostra company mission. La service line Fashion della function consulting ha invece supportato il client nella creazione del business plan e nell’advertising della summer collection. Infine la division Pet Food ha raggiunto nel fiscal year 2009 il 20% di market share sui diretti competitor, con grande soddisfazione degli shareholder. Invariata la customer satisfaction.

Tempo fa uno studioso spagnolo, in un saggio sui forestierismi, s’è detto particolarmente colpito, rispetto alla situazione di altre lingue romanze, dalla numerosità e “peculiarità” degli anglicismi non adattati rilevabili sui giornali italiani. Ma è davvero notevole il tasso d’ingerenza dell’inglese nella stampa nostrana?
Ho provato a verificarlo con la mia squadra di giovani linguisti, in compartecipazione con la Agostini Associati. Fra il 15 aprile e il 14 maggio 2011 abbiamo passato al setaccio alcuni dei principali giornali italiani (“la Repubblica”, “Corriere della Sera”; “Il Giornale”; “Libero”; “La Stampa”; “Il Messaggero”) e due diffusissimi settimanali (“L’Espresso” e “Panorama”); giornali radio, telegiornali e spot tv, sondati nei mesi immediatamente successivi, hanno completato il campione. Questo il titolo, volutamente provocatorio (per l’anglicissimo stop), dell’iniziativa congiunta: Stop all’itanglese. Lo slogan: «Italiani si nasce. Itanglesi si diventa».

Action thriller low cost, art advisory, binge drinking, buzz marketing, chief strategy officer, digital divide, dual core, equity swap, french dressing, ground option, high level group, institution building, interior designer, policy maker, private equity, regular season, search advertising, self defence, sensual date, sex toy, shooting brake, smart grid, stock options, straw poll, trend setter.

Sono solo alcune delle decine di locuzioni – per non parlare dei singoli termini – emerse dalla ricerca; impongono già ora, in attesa di una più articolata definizione del quadro (con i risultati che fornirò per la radio e la televisione), un abbozzo di riflessione. L’aspetto più rilevante è la conferma di una scontata eccentricità linguistica, in nome della quale si avallano scelte anche pigre, superflue, stucchevoli. Il gioco al massacro (con il lettore) muove a destra come a sinistra; mai come in questo caso tutto sembra funzionare secondo la logica di un perfetto stile bipartisan (pardon: bipartigiano). E non è solo una questione di lessico elementare ma, per l’appunto, di intere locuzioni, che moltiplicano innanzitutto l’esotismo in una serie interminabile di formazioni con quell’una (o quelle poche) di partenza a fungere da modello: la Californian way of life richiama l’American way of life; beauty generation è modellata su beat generation, con il concorso della più recente digital generation; Cinziagate è rifatto su Watergate; i Mantovano boys riprendono i papa boys; food valley va con Silicon Valley, romantic comedy con situation comedy, personal dresser e personal reader con personal trainer, bike sharing con car sharing, fashion designer con fashion system, Collina show con i vari reality, talk, talent show… Chi le ha volute far proprie recita la parte dell’inglese ricco, inurbato e alla moda, che rinfaccia al provinciale cugino italiano il fatto di doversi sentire inadeguato, fuori gioco e fuori tempo.

Red carpet, prime time, box office, fund raising, lateral thinking, second hand, self defence? Cosa mai dicono di più – o di diverso – rispetto a tappeto rosso, prima serata, botteghino, raccolta fondi, pensiero laterale, seconda mano, autodifesa? E se sono davvero inutili global coordinator e professional services, covert operation e social security, il Carolyn Resnick Method batte tutti. Ma si dovrebbe parlare anche di certa fraseologia. Eccone un bell’esemplare: Do you remember Fukushima? Ce la ricordiamo la città giapponese, altroché se ce la ricordiamo.

Per la radio c’era da aspettarselo: il mezzo è più parco dei giornali nell’accogliere anglicismi, pur non mancando qualche interessante sorpresa. I rilevamenti hanno interessato, per il periodo compreso fra il 16 aprile e il 14 maggio 2011, i radiogiornali Rai di maggior ascolto: il Gr1 delle 8.00, il Gr2 delle 7.30, il Gr3 delle 8.45.  Accanto a voci ed espressioni economico-finanziarie abbastanza familiari anche ai non strettamente addetti ai lavori (rating) ce ne sono altre che, di sicuro, altrettanto familiari non sono. Come know-how (aziendale) o outlook e spread, che i rispettivi giornalisti glossano a vantaggio degli ascoltatori: «Stamani l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha variato da stabile a negativo l’outlook, ovvero le previsioni relative al debito a lungo termine del paese asiatico»; «Hanno superato una differenza, uno spread, come si dice tecnicamente». Piluccando qua e là in altri settori: la politica e la cronaca estera ci regalano east room («Il leader di al-Qaeda è stato ucciso, racconta il Presidente dalla east room della Casa Bianca») e situation room («Le uniche certezze simbolo della giornata di ieri sono gli scatti della situation room, il consiglio di guerra della Casa Bianca»), insurgents («Il generale Petraeus […] ha dichiarato che questa sarà una primavera calda perché siamo in zone che fino a poco tempo fa erano assoluto dominio degli insurgents») e Provincial Reconstruction Team («Giunto a Herat per una visita ai militari italiani, Fini ha già incontrato i membri del locale Provincial Reconstruction Team»).

Le cronache mondane o più “leggere” – moda, costume, musica, gossip, ecc. – ci consegnano sound and vision («Due ore e mezzo dove le sue [di Jovanotti] diverse anime musicali, quella tecno e quella romantica convivono in uno spettacolo ad altissimo tasso tecnologico per un concerto sound and vision») e off the records («Anche il settimanale VSD scrive che Carla Bruni è incinta. La rivista cita le parole di un consigliere che si sarebbe confidato off the records ai cronisti del giornale»), commoner («Kate, la commoner che tra qualche ora varcherà la soglia della millenaria abbazia di Westminster per uscirne principessa, sembra essersi calata nella parte») e Facebook generation; l’itanglese nello sport, che non può mancare, esibisce il team principal e la regular season.

Dopo radio e giornali, i più compromessi con l’inglese, è la volta dei telegiornali. La tv funge da autentica cartina al tornasole per la valutazione della fortuna di un determinato oggetto, fisico o immateriale: se è stata lei a dire una determinata cosa, siamo disposti a giurare che ciò di cui si parla è vero. Le parole pronunciate, incorporee per definizione (verba volant, scripta manent), occupano nel mezzo televisivo – in modo certamente diverso, ma non troppo, da quelle diffuse via radio – uno spazio privilegiato: sul piccolo schermo la lingua possiamo anche vederla, ma il peso delle parole che ascoltiamo è di gran lunga più consistente di quello delle parole che ci scorrono davanti agli occhi (titoli di coda, scritte in sovrimpressione, tabelle riassuntive di sondaggi, ecc.). Anche per questo, da telespettatori vigili e partecipi, siamo pronti a sanzionare gli svarioni che sentiamo più di quelli che leggiamo. La televisione però, lo sappiamo bene, è anche un formidabile moltiplicatore di usi, mode, tendenze, realtà del più vario genere. La lingua non fa eccezione. Un nuovo, inusitato, singolare termine cui sia toccato in sorte di approdarvi, sottratto all’anonimato o alla semi-invisibilità di una riserva o una nicchia, guadagna rapidamente la scena e, in men che non si dica, ascende al firmamento delle stelle di prima grandezza. Considerazione lapalissiana per i telegiornali dell’ora di punta: il Tg1, il Tg5 e il Tg La7 delle 20, il Tg2 delle 20.30, il Tg3 delle 19, il Tg4 delle 18.55, Studio Aperto delle 18.30. Sono le edizioni passate al setaccio, nel periodo compreso fra il 15 maggio e il 14 giugno, per rilevarne il tasso di anglicizzazione.

I più morigerati? Per quantità il Tg4 dell’immarcescibile Emilio Fede; per qualità il Tg1, nel quale, in aggiunta alla quota dei prestiti “generalisti”, non spicca molto materiale; per qualità e quantità il Tg3, in cui emerge, sempre al di là del pacchetto esterofilo di default, altrettanto poco: cyberavances, no tax area, forever young (Bob Dylan), over («Partite ricche di gol secondo Pirani, per permettere di centrare l’over»). La maglia nera? Al Tg2, più trendy degli altri e un po’ snob: bail; chop sticks; green Energy; irish guards; motion capture; mushed («Loro le patate lo mangiano fritte, o al massimo mushed, patate schiacciate»); narcotanks; panic button; planking; royal wedding; scott guards; street style; strong is beautiful («Tutto in un video: strong is beautiful, “la forza è bellezza”»); twister hunters («Le grida dei twister hunters, che girano il paese in cerca di tornado»); we agree to disagree («We agree to disagree, direbbero gli inglesi: separiamoci, ma consensualmente»); Rolli days («Genova domani e domenica palazzi storici aperti per i Rolli days»); the virtual magician («Lui si definisce mago multimediale, firma le sue performance come the virtual magician»); Trooping the Colour («Per i duchi di Cambridge è il primo Trooping The Colour, la tradizionale sfilata per il genetliaco della sovrana»); Write for Gold («Si sono dati appuntamento per il Write for Gold, il campionato mondiale di graffiti»). Note di colore? Sia pure. Questo avrebbero potuto però risparmiarcelo: «Quanto a Lorella Cuccarini: è bravissima! My compliments, di cuore».

E la pubblicità? I rilevamenti hanno interessato, per il periodo compreso fra il 15 giugno e il 30 giugno, gli spot televisivi in onda subito dopo le edizioni serali di massimo ascolto dei principali telegiornali nazionali: Studio Aperto delle 18:30, il Tg4 delle 18:55, il Tg3 delle 19:00, il Tg1, il Tg5 e il Tg La7 delle 20:00 e il Tg2 delle 20:30. La presenza di anglismi, naturalmente, è qui in stretta relazione con la tipologia merceologica reclamizzata: se il prodotto è (altamente) tecnologico è molto probabile che il messaggio pubblicitario contenga più facilmente parole o espressioni di origine inglese (nel cartone animato di uno spot Euronix persino un leone parla inglese: «Lui è mister Leon» / «Oh yes, yes, yes»); rimarcabile, nel settore della telefonia cellulare, il pomposo power to you firmato Vodafone. Frequente, quando si tratta di autovetture, il ricorso a espressioni di movimento: it’s time to move (‘è tempo di muoversi’) se hai una Ford Fiesta; shift the way you move (‘cambia direzione quando ti muovi’) se guidi una Nissan Juke; drive the chance (‘guida il cambiamento’) se sei al volante di una Renault Gamma Eco2; e ancora motion and emotion per Peugeot, stop&Start per la Toyota Yaris, confidence in motion per la Subaru Outback. A completare il quadro per questo settore, locuzioni dal sapore ecologista (come green generation per la Renault Gamma Eco2 e green line per la Skoda Yeti), o altre che colpiscono per inventiva: come urbanproof energised (lett. ‘a prova di città energizzata’) per la Nissan Juke. Interessante ai nostri fini anche la cosmesi: una calda voce vi promette che, se li tingerete con L’Oréal Casting Crème Gloss, i vostri capelli saranno glossy glossy; amare il prodotto suona qui come un obbligo; leggiamo infatti, nella scritta in sovrimpressione, love it (per avere occhi da gatta, con il mascara di Rimmel London, l’imperativo è invece get the London look ‘fai tuo lo stile di Londra’).

Un’anglofilia forse inoffensiva, ma superflua e pretenziosa. Induce a identificare i più grandi avversari dell’Italia con gli italiani stessi, insinuando al contempo il sospetto che dall’arma puntata contro la nostra lingua dai suoi nemici interni partano solo gragnuole di salve, che i fuochi d’artificio dello stile animato da un’anglomania civettuola siano l’altra faccia del patetico esibizionismo, verbale e non verbale, di una fenomenicità del nulla.


8 Commenti in “Inglesi, troppo inglesi”

  • Roberto ha scritto il 10 maggio 2012 - 1:04

    Segnalare questi esempi itanglesi non risolve niente…dobbiamo cambiare! serve una politica pro-italiano. e’ assolutamente una vergogna leggere esempi come questo. come dico da anni…la lingua italiana non viene apprezzata in italia, viene piu’ apprezzata e amata all’estero. prima di imparare la lingua inglese, si dovrebbe imparare a parlare ed apprezzare la propria lingua. la lingua inglese non e’ piu’ “chic”, o quando si usa un anglicismo al posto dell’equivalente italiano non suona piu’ professionale, invece e’ una dimostrazione che di ignoranza e dimostra anche il fatto che la persona che usa molti anglicismi non sa veramente parlare inglese ed e’ percio’ che usa degli anglicismi per sembrare piu’ intelligente. che viva la lingua italiana pura!!!!!

  • Remo ha scritto il 13 maggio 2012 - 18:03

    Se non si interviene legislativamente, come hanno fatto in Francia, la situazione dell’italiano è soltanto destinata a peggiorare. Prima di tutto, un richiamo ai pubblicitari affinché non introducano anglicismi modaioli per i nuovi prodotti commercializzati, ma si sforzino magari di trovare loro un corrispondente italiano: se tutti chiamano i nuovi telefonini “smartphone” anche l’uomo comune per forza lo chiamerà così, se invece la pubblicità parlasse di telefono intelligente o superfonino o multifonino, anche la grande massa userà tali termini .; il secondo richiamo va fatto ai giornalisti di tv e stampa affinché inizino a termini italiani; in fine occorre un dizionario ufficiale delle parole traducenti, il cui utilizzo sia obbligatorio da parte della PA e di chi si rivolge ad essa, tale dizionario inoltre potrebbe anche essere utilizzato dai traduttori di manuali ecc, che invece di utilizzare i termini inglesi possono così introdurre nei loro scritti tali scritti. Solo se interviene così, agendo sui grandi canali di diffusione della parola si può ridare vitalità all’italiano.

  • Marco ha scritto il 31 maggio 2012 - 17:08

    Sono d’accordo con Roberto, e aggiungo che secondo me questa anglomania non e’ affatto inoffensiva. Le lingue muoiono cosi': per il senso di inferiorita’ dei loro parlanti nei confronti di altri idiomi. Pensiamo al Politecnico di Milano, che vietera’ l’italiano nei corsi di laurea magistrale e nei dottorati.
    L’anglomania ha origine sicuramente nel nostro senso di inferiorita’ nei confronti di USA e UK, ma anche nell’ignoranza proprio della lingua inglese, per troppo tempo da noi trascurata (assieme a tutte le altre). Perche’ nel momento in cui l’inglese si conosce e si usa, si capisce che e’ solo una lingua e non rende migliore chi lo parla.

  • rampant-rabbit.co ha scritto il 28 settembre 2012 - 0:18

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  • Anna ha scritto il 24 ottobre 2012 - 9:18

    Concordo in pieno.
    Ho abitato 8 anni negli Stati Uniti, gal mio ritorno sono rimasta scioccata dal continuo uso, spropositato, spesso inutile ed incorretto di parole inglesi, tra l’altro quasi sempre mal pronunciate, offendendo così, fonicamente, entrambe le lingue! Infatti l’eccesso di inglesismi  interrompe il flusso e il suono armonico della nostra lingua, la pronuncia non corretta rende quelle parole inglesi incomprensibili persino agli stessi Americani o Inglesi.

  • Fabio ha scritto il 10 febbraio 2013 - 23:27

    Ma perche’ deve essere mandatario usare termini inglesi quando parliamo l’italiano??? battute a parte purtroppo questa influenza anglofona avviene secondo me,  perche’ abbiamo poco rispetto per la nostra lingua,  il solito scarso senso nazionale e poi perche’ parliamo male l’iglese e ci sembra di conoscerlo perche’ usiamo ogni tanto qualche termine anglosassone pronunciandolo anche male, studiando meglio l’inglese magari impareremo a limitare certe ‘deviazioni linguistiche’

  • Borgoplin ha scritto il 12 dicembre 2013 - 14:20

    Penso che fra tutti i popoli non anglosassoni siamo quello che usa maggiormente gli anglicismi. Perchè? Perchè avendo il solito ed ingiustificato senso di inferiorità per le altre culture ci sembra più alla moda, che suoni meglio, che sia più approppriato e professionale non sapendo che la lingua italiana è enormemente superiore come espressività, suono, ricchezza, grammatica e tradizione rispetto ad un inglese che ha avuto enormemente più diffusione nel mondo solo per esclusive ragioni storico-economiche: prima il grande impero coloniale inglese e poi l’attuale potenza che guida il mondo gli Stati Uniti. Però negli ultimi tempi sembra che una lingua neolatina stia superando l’inglese parlo dello Spagnolo e tra pochissimo la Cina avrà la meglio anche se lingua troppo difficile e lontana dalla sensibilità dell’occidente. L’inglese è una lingua semplice, imprecisa e tutto sommato barbara senza contare che il 50% dei termini è di origine neolatina.

  • Livia van wynsberghe ha scritto il 8 febbraio 2014 - 19:56

    Bisogna intervenire legislativamente, credo si sia di gran lunga superato il limite. Ormai e’ peggio di un vizio, non si puo’ piu’ ascoltare, tanto varrebbe adottare direttamente l’inglese. Ma perche’ perdere l’Italiano un lingua da tutti gli altri amata! perche’ si e’ convinti ch einbastardendo tutto con continui anglicismi suoni meglio o ci si dia un aria di intellettale? Ormai purtroppo si rasenta il ridicolo!

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Massimo Arcangeli | Facoltà di Lingue e letterature Straniere - Università di Cagliari