Accogliamo i forestierismi … ma rivestiamoli d’italiano

Ringraziamo il Prof. Marco Grosso, autore dell’articolo e moderatore di Cruscate (forum di discussione che approfondisce la conoscenza della lingua italiana e ne promuove la tutela e l’arricchimento).

L’articolo di Maria Luisa Altieri Biagi apparso sulla Nazione del 25 agosto 2006, Cultura & Società, pag. 31, offre uno spunto per approfondire la questione dell’itangliano. Come ben mette in rilievo l’illustre Accademica della Crusca, l’influsso d’una lingua sull’altra può essere fecondo, se non si traduce in becero scimmiottamento, come quando s’adottano termini inutili, detti tecnicamente «prestiti di lusso», cioè parole che hanno già un equivalente nostrano (vedi leader). Ma può anche rappresentare una debolezza di pensiero e di cultura se il forestierismo superfluo scalza dall’uso comune la parola italiana già deputata a esprimerne il significato, e se non si procede a un vaglio per sceverare l’indispensabile dal disutile.

Giustamente osserva la professoressa Altieri Biagi che non si possono eliminare certe parole, perché ormai provviste di derivati (stressare, stressante, stressato): concordo. Ma se non bisogna esagerare nella caccia ai forestierismi, non si deve neanche accondiscendere allo snaturamento morfologico e fonetico della nostra lingua. Certe parole straniere intraducibili vanno adattate, come si fa da secoli e come s’è smesso di fare solo in tempi recentissimi. Stress italiano non sarà mai; ma stresse sí. Perché? Perché per essere italiana, una parola deve per forza (eccezion fatta per certi nomi propri, sigle, onomatopee, articoli e preposizioni) terminare in vocale. E come s’aggiungono suffissi verbali, aggettivali e avverbiali alla radice straniera, cosí andrebbe fatto anche per i sostantivi: non spot ma spotto, non film ma filme, non sport, ma sporte, come lucidissimamente consigliava il grande Arrigo Castellani, anch’egli Accademico della Crusca. In Ispagna si fa cosí: fútbol (football), estándar(standard), bumerán (boomerang), estrés (stress), hercio (hertz), deporte (sport), ecc.

L’adattamento morfologico e fonetico è un fenomeno sempre esistito in tutte le lingue e grazie al quale esse hanno arricchito il proprio lessico senza scompaginare le proprie inconfondibili strutture. Chi sospetterebbe che dietro albicocca si cela l’arabo al-barquq, che noia viene dal provenzale enoja e ricco dal longobardo rihhi? E cosí migliaia di parole comunissime di cui non si può percepire l’origine straniera perché sono formalmente italiane. Se esse non si fossero rivestite d’un manto linguistico italiano e le adoperassimo oggi nella loro «sacrosanta veste alloglotta» (come si fa ora con le parole inglesi), quella che parleremmo oggi sarebbe una lingua creolizzata, priva d’una sua identità e, di conseguenza, non piú lingua di cultura. Con l’imperante anglolalia dei nostri tempi, ci avviamo precisamente verso una progressiva creolizzazione della nostra lingua.

Mi si dirà che adattare, per esempio, spot in spotto o bunker in búnchero non è granché di moda e fa ridere. Vero. Ma
le mode vanno e vengono, e si possono mutare (basterebbe rendere avvertiti i cittadini, che spesso non sanno, di come stanno le cose); e la stranezza iniziale che può muovere al sorriso dipende unicamente dall’abitudine, tant’è che nessuno si mette a ridere quando ordina al ristorante una bistecca (che sarebbe un beef-steak).

Tutto è sempre questione d’abitudine; se in televisione cominciassero a dire (e nella stampa a scrivere) sporte, bumerango, ginsi, ecc., nel giro di poche settimane parrebbe a tutti la cosa piú naturale del mondo.

La professoressa Altieri Biagi cita giustamente Leopardi. Egli diceva bensí che non si può rinunciare a un forestierismo quand’esso è portatore di concetti nuovi che non hanno una precisa equivalenza italiana; ma diceva anche che tali xenismi vanno adattati (e prima del Recanatese lo disse il Machiavelli):

…perocché noi veggiamo sotto gli occhi, che sebben forestiere di origine, elle [= voci e maniere] stanno in quelle scritture come native del nostro suolo, ed hanno un abito tale che non si distinguono dalle italiane native di fatto, e vi riescono come proprie della lingua, e cosí sono italiane di potenza, come l’altre lo sono di fatto, onde il renderle italiane di fatto non dipende che da chi voglia o sappia usarle; e per esperienza veggiamo che quegli scrittori, trasportandole nell’italiano, le hanno benissimo potute rendere, e le hanno effettivamente rese, italiane di fatto, come lo erano in potenza, e come lo sono l’altre italiane natie. Or questo medesimo è quello che nello studio delle lingue altrui dee fare in noi, in luogo dell’esperienza, l’ingegno e il giudizio nostro; cioè mostrarci, non per prova, come fanno gli scrittori nostri classici, ma per discernimento e forza di penetrazione, e finezza e giustezza di sentimento, benché sprovveduto di prova pratica, che tali e tali vocaboli e modi sono italianissimi per
potenza, onde a noi sta il renderli tali di fatto, sieno o non sieno ancora stati resi tali dall’uso, o da parlatore, o da scrittore veruno; ché ciò a’ soli pedanti dee far differenza, e soli essi ponno disdire o riprendere che tali voci e forme (greche, latine, spagnuole, francesi, o anche tedesche ed arabe ed indiane d’origine, di nascita e di fatto) italianissime per potenza, si rendano italiane di fatto, senza l’esempio di scrittori d’autorità (Zibaldone, 20 ottobre 1823.)

Naturalmente non tutti i forestierismi sono adattabili (perché non «italiani per potenza», cioè che non presentano compatibilità). In casi simili si deve ricorrere o alla tecnicizzazione d’un termine italiano già esistente (si pensi a ascolto in luogo di audience), o a una traduzione letterale o calco (grattacielo da skyscraper), o a una neoformazione (regista per metteur en scène, coniazione di Bruno Migliorini).

Volendo, è possibile restare al passo coi tempi e col mondo moderno senza per questo rinunciare alle strutture della lingua nazionale. Volendo. Ma da dove origina dunque questo «morbus anglicus» onnipervadente, e quali «rimedi» sono proponibili?

1. Anzitutto da una scarsa o nulla conoscenza della lingua inglese. Sapendo che mouse significa topo, il parlante è preparato alla traduzione e la fa spontaneamente (tutte le lingue neolatine l’hanno tradotto: francese la souris, spagnolo el ratón, portoghese o rato, rumeno soricel). Ma sovente, appunto, non si conosce il significato della parola, quasi sempre banalissimo, e la voce straniera viene presa per quello che non è: una parola misteriosa e affascinante. Occorre quindi per prima cosa studiare di piú e meglio l’inglese (e anche l’italiano).

2. C’è inoltre la mancanza, in Italia, d’un vero e proprio sentimento di unità nazionale e una sorta di svalutazione o
disconoscimento del patrimonio linguistico e culturale a favore della «cultura di plastica» americana; si avverte antiquato quel che è italiano e moderno quel che è inglese. È un problema di distorta percezione, al quale la scuola potrebbe e dovrebbe por rimedio, inculcando fin dalle elementari il senso del rispetto per i valori rappresentati da lingua e cultura italiana, inestimabili tesori che vanno preservati dal decadimento e dall’oblio.

3. Infine, urgerebbe la pubblicazione, da parte dell’Accademia della Crusca, d’una lista ufficiale di traducenti e adattamenti italiani, alla quale potrebbero ricorrere i giornalisti e chiunque sia desideroso di parlare in buon italiano. I nostri vocabolari, infatti, di frequente non aiutano chi cerca un’equivalenza, perché si limitano a registrare l’uso, il piú delle volte senza suggerire nulla. E cosí chi deve scrivere e non ha o i mezzi o il coraggio d’avvalersi d’un adattamento o d’una neoformazione non avallati dal dizionario è costretto a ripiegare sul termine straniero.

Nel nostro fòro Cruscate, io e gli altri utenti abbiamo pubblicato una lista, che non ha ovviamente nulla di prescrittivo, per tentare d’ovviare all’imperversante malparlare odierno, e cerchiamo di divulgarne l’esistenza, specie presso i mèdia. È uscita l’8 aprile 2006, sulla stessa Nazione, una nostra intervista, pubblicata in versione integrale in questo medesimo bloggo (sic!), con la risposta di Francesco Sabatini, presidente dell’Accademia della Crusca e autore, tra l’altro, con Vittorio Coletti, d’uno dei migliori dizionari moderni della lingua italiana (Dizionario italiano Sabatini-Coletti, noto anche con la sigla DISC). Secondo le lettere piovute in Redazione, sembrerebbe che molti Italiani siano a favore della nostra iniziativa.

Piú sopra ho detto che bisognerebbe rendere avvertiti i cittadini di quello che sta accadendo. È importante infatti che la gente si renda conto che esistono alternative agli anglicismi e che l’afflusso massiccio di questi nel parlar quotidiano non è affatto salutare, né segno di modernità, ma solo di povertà e di snobbismo (lo scrivo con due b, com’è piú italiano, e come scriveva il Castellani). Ma questo non si può fare girando tutta l’Italia e sonando i campanelli di tutte le porte; si può fare, invece, per televisione, con un programma d’una decina di minuti al giorno, magari dopo il telegiornale. E lancio qui un appello alla Rai: perché non considerare la mia proposta, in collaborazione con l’Accademia della Crusca? Ebbe successo la trasmissione di anni fa «Parola mia», condotta da Luciano Rispoli con la partecipazione del linguista Gian Luigi Beccaria, avrebbe successo anche questa, che si potrebbe chiamare, per esempio, come il titolo della nostra lista, «Italiano, ci manchi!». Si può parlare di lingua in maniera semplice, accattivante e divertente.

Nessun purismo, dunque, alla Fanfani-Arlia, che rifiutavano in blocco tutti i forestierismi, adattati o no. Ma solo ― com’è giusto ― un’oculata setacciatura e un felice connubio tra l’italiano e le altre lingue, che hanno il sacrosanto diritto di continuare la loro evoluzione accanto all’inglese senza esserne snaturate, ma appropriandoselo e assimilandolo nel rispetto dell’individualità e delle caratteristiche imprescindibili di ciascun idioma.


21 Commenti in “Accogliamo i forestierismi … ma rivestiamoli d’italiano”

  • Stefano ha scritto il 29 marzo 2012 - 13:30

    È oramai talmente permeante il malcostume —meglio: decadenza— messo ineccepibilmente alla berlina dal Professor Grosso, che persino questo sito, nomato «programmaticamente» stopitanglese, cade in palese —nonché, mi sia concesso, avvilente— contraddizione lasciando intradotti, a partire proprio dalla pagina principale, anglismi quali “news”, “feed”, “mail”, “web”….
    Pertanto, se tale è il tratto degli organi di denucia, e magari di successivo controllo, che chiamano al combattimento di prima linea, proponendosi e ponendosi idealmente, nell’angosciante vuoto istituzionale, quali modelli di riferimento, be’, la vedo —come dire?— diuturna ordalia…

  • Francesca ha scritto il 1 aprile 2012 - 13:56

    Al punto 1 il professore Grasso commette un’inesattezza quando fa l’esempio di mouse e dice “tutte le lingue neolatine l’hanno tradotto: francese la souris, spagnolo el ratón, portoghese o rato, rumeno soricel”. In Brasile, Messico, Argentina e tutti gli altri paesi ispano-parlanti dell’America Meridionale si dice “mouse”, quindi si usa la parola inglese e non la traduzione.

  • Iscos ha scritto il 1 aprile 2012 - 15:08

    @Francesca: come le bene specifica in “Brasile, Messico, Argentina” ma in Spagna e Portogallo traducono; forse in quei posti è la vicinanta geografica non che la “continuità territoriale” a giustificare la mancata traduzione di questa e di altre parole che invece nell’o spagnole e nel portoghese europeo vengono tradotte, quindi è una inesattezza a metà. Inoltre mi pare ovvio che il prof. grosso quanto parli faccia riferimento alla situazione europea non a quella internazionale.

  • Iscos ha scritto il 1 aprile 2012 - 15:14

    Condivido poi la critica di Stefano: un sito che vuole battersi contro il dilagare di anglicismi inutili dovrebbe avere la coerenza di evitarli. Il titolo dello stesso progetto avrebbe dovuto essere “Basta itanglese” e non “Stop intenglese”!

  • Roberto ha scritto il 1 aprile 2012 - 15:55

    @Francesca mentre hai ragione per quanto riguarda l’Ameriica Meridionale…rispetto all’italiano loro usano meno anglicismi. L’italiano e’ malato e tocca ai parlanti di rendersene conto per poterlo salvare.

  • Marco Grosso ha scritto il 1 aprile 2012 - 22:28

    Gentile Francesca,

    la ringrazio della precisazione. Non sapevo dell’uso sudamericano. In Spagna si usa esclusivamente “ratón” (può vedere al riguardo il dizionario della Real Academia Española e il Diccionario Panhispanico de Dudas). Mi permetto a mia volta di farle notare tre inesattezze presenti nel suo messaggio: 1) il mio nome è Grosso, non Grasso; 2) “professore” davanti al cognome si tronca in “professor”; 3) il Brasile non è un Paese ispanofono: vi si parla una varietà di portoghese.

    Cordiali saluti.

  • Francesca ha scritto il 3 aprile 2012 - 16:30

    Scrive il professor Grosso nell’articolo: “Perché per essere italiana, una parola deve per forza (eccezion fatta per certi nomi propri, sigle, onomatopee, articoli e preposizioni) terminare in vocale”. Devo dedurne che “professor” è un’eccezione alla regola, come la parola “eccezion”, oppure la regola è artificiosa ed è stata creata per sostenere la tesi dell’articolo?

  • Marco Grosso ha scritto il 3 aprile 2012 - 17:53

    Cara Francesca, ‘professor’ e ‘eccezion’ sono varianti di posizione delle parole ‘professore’ e ‘eccezione’: alcune parole si troncano perché fanno corpo con la parola seguente. “Professor Bianchi” e “eccezion fatta” formano una sola unità fonetica: /professor’bjanki/, /etStSetstsjon’fatta/, come se si scrivesse tutt’attaccato. Il 99% delle parole italiane, nella loro forma normale, finiscono in vocale, come può vedere in questo mio messaggio, nei suoi e in tutti quelli degli altri intervenuti. È un dato di fatto, non una tesi.

  • Ferdinand Bardamu ha scritto il 3 aprile 2012 - 22:59

    Alla giusta replica di Marco – «‘professor’ e ‘eccezion’ sono varianti di posizione delle parole ‘professore’ e ‘eccezione’» – aggiungo che «eccezion fatta» è una formula cristallizzata.

    Cara Francesca, le consiglio di ripassarsi il concetto di troncamento sintattico: un esempio dei più comuni nella lingua moderna è «vuol dire». C’è poi una schiera di altre espressioni cristallizzate, come «spron battuto», «cavalier servente», ecc. Trattasi però di casi particolari, perlopiù relitti di una regola che oggi non è quasi più produttiva.

  • Francesca ha scritto il 4 aprile 2012 - 17:29

    A me sembra che questa discussione evidenzi che l’italiano PREFERISCE le parole che finiscono in vocale ma NON ESCLUDE quelle che finiscono in consonante, altrimenti non permetterebbe le eccezioni citate. Mi avete incuriosita e ho cercato cosa ha dichiarato Francesco Sabatini in proposito (l’articolo parla dell’intervista in un fantomatico “bloggo”). Ho trovato la risposta qui: http://www.massimobinelli.it/blog/index.php?/archives/136-Litaliano-e-davvero-in-pericolo.html#extended
    Domanda: “C’è però la questione delle parole terminanti in consonante, che rischiano di compromettere la struttura fonetica dell’italiano…”
    Risposta: “«I “Cruscanti” combattono il fenomeno della terminazione in consonante, perché l’italiano ha parole che terminano solo in “n”, “r”, “l” eccetera, ma non “t”, “p”, “s”… Anche qui c’è da non esagerare. Prima di tutto abbiamo tante sigle, come Fiat o Inps che non possiamo mica pronunciare in un altro modo! Le sigle, nelle lingua moderne, sono parole a tutti gli effetti. Ricordo il carissimo e compiantissimo mio maestro Arrigo Castellani che a questo badava particolarmente, ma oltre alle sigle ci sono cognomi che terminano in consonante, quindi che facciamo? Non dobbiamo abituarci a pronunciare i cognomi di cittadini italianissimi? La terminazione in consonante, tra l’altro, è entrata nell’italiano attraverso i latinismi. Allora non possiamo piú dire rebus e dobbiamo dire rebusse, oppure dobbiamo evitare anche i latinismi? Ma siccome nella civiltà moderna l’immagine scritta delle parole conta almeno quanto quella fonica, e rebus non possiamo trasformarlo, in rebusse, si presuppone almeno un po’ di conoscenza del latino, per avere familiarità con parole come rebus, corpus, referendum. Dovremmo forse dire referendumme? Terminazioni in consonante, a mio modo di vedere, non costituiscono un problema, perché sigle, cognomi e latinismi ci impongono di imparare questa regola. Dal punto di vista morfologico, basta acquisire la regola che queste parole sono invariabili: lo sport, gli sport; il film, i film, tanto piú che questi due termini hanno molti decenni alle spalle e hanno generato verbi e aggettivi. Che diciamo, pellicolizzare?, pellicolistico? Questi sono i limiti alla ricerca dell’omogeneità assoluta, che poi sarebbe il purismo»”

  • Marco Grosso ha scritto il 4 aprile 2012 - 17:48

    È vero, gentile Francesca, è vero. Bruno Migliorini però ribatterebbe che esistono parole italiane di serie A e parole italiane di serie B. “Rebus” è una parola latina usata in italiano, ma formalmente non è italiana. Poi naturalmente il professor Sabatini scherza con “referendumme”, perché sa benissimo che i latinismi i –us e –um si riducono a –o (foro, referendo, auditorio, ecc. da forum, referendum, auditorium, ecc.).

  • Francesca ha scritto il 4 aprile 2012 - 22:13

    Spiritosone!!!! Il REFERENDO!!!! Aahhahhha!!!

    http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/R/referendum.shtml (“referendo” nel Dizionario Sabatini Coletti non c’è)

  • Marco Grosso ha scritto il 4 aprile 2012 - 22:54

    Non vedo cos’abbia di risibile ‘referendo’, che è nel Grande Dizionario della Lingua Italiana (quello detto “il Battaglia”, in 22 volumi). Poi un’altra cosa: che una parola sia o no nel dizionario non significa granché, perché i dizionari d’oggi non sono normativi, si limitano a rispecchiare l’uso, anche quello basso, non sorvegliato. Se il Sabatini-Coletti non registra ‘referendo’, di certo registra ‘foro’ e ‘auditorio’ (nella versione cartacea, non in quella in linea, che è una riduzione).

  • Ruscarola ha scritto il 5 aprile 2012 - 9:05

    Cara Francesca, in primo luogo di solito si consulta più di un dizionario, visto che è difficile trovarne uno che includa tutti i termini (specie tra quelli commerciali, che devono essere di dimensioni accettabili); come le ha dimostrato Grosso nel Battaglia la parola è registrata.
    In secondo luogo, se non ha nulla di serio da aggiungere e deve limitarsi a dare dello “spiritosone” a chi ha proposto il suo lavoro, non vedo perché perdere (e far perdere) tempo. Non c’è bisogno di offendere (in modo velato) chi ha opinioni diverse dalle nostre.
    Infine, ma non ultimo, una rapida riflessione: il ragionamento “non c’è nel dizionario ergo non esiste in italiano” implica che lei dia allo stesso un valore normativo (ossia che detta le regole della lingua), ma dato che i dizionari oggi si limitano a registrare passivamente l’uso dei termini, senza dare indicazioni, come fanno ad avere un ruolo normativo? In sintesi: o ci si mette d’accordo per dare un ruolo normativo a uno o più dizionari, oppure è un ragionamento strabico, perché se ci mettiamo a contare le parole oggi usate e non presenti nei dizionari ne possiamo scrivere un’altro nuovo di pacca.

  • Infarinato ha scritto il 5 aprile 2012 - 9:40

    Mi permetto di rimandare Francesca (e tutti gl’interessati) a un mio vecchio intervento sul «terzo sistema fonologico italiano» di Giacomo Devoto [e ai riferimenti ivi citati], che dovrebbe chiarire in che senso le parole con uscita consonantica restavano secondo il Migliorini «parole [strutturalmente] meteche»: http://www.achyra.org/cruscate/viewtopic.php?t=506.

  • Francesca ha scritto il 5 aprile 2012 - 17:04

    Il discorso sulle offese mi sembra fuori luogo, non era mio intento offendere e comunque ciascuno può leggere quello che vuole: io ad esempio ho lasciato perdere quando il professor Grosso, probabilmente risentito per il mio commento su “mouse”, ha insinuato che non sapessi che lingua si parla in Brasile. E potrei anche concludere che chi mi si rivolge con il “lei” lo faccia con intento sarcastico, infatti non posso immaginare che nel XXI secolo ci sia ancora chi ignora che la netiquette italiana prevede l’uso del “tu”. A parte questo, “referendo” poteva solo essere una battuta, quindi nessuno dovrebbe sentirsi offeso se l’ho resa esplicita per evitare che venissero credute come vere affermazioni mai fatte da Sabatini. Ho anche fatto qualche altra ricerca e ho trovato dei commenti interessanti di Tullio De Mauro sull’italianizzazione dei forestierismi. Alla domanda che uso fa degli anglicismi, risponde “Direi pochino, my dear, ma non al punto di chiamare COMPUTIERE il computer e BARRO il bar” (maiuscole mie, nell’originale in corsivo) e nella stessa intervista, alla domanda sul ruolo degli intellettuali e, in maniera specifica, dei linguisti sull’uso dei forestierismi, afferma che l’ultima parola spetta ai parlanti (che decidono di accettare o meno soluzioni sostitutive per gli esotismi). http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/italiano_inglese/demauro.html

    In conclusione, tutti i punti di vista possono essere validi ma alcuni mi sembrano meno credibili di altri, soprattutto se gli esempi portati sembrano costruiti a tavolino senza tenere conto dell’evoluzione della lingua e delle preferenze dei parlanti.

  • Marco Grosso ha scritto il 5 aprile 2012 - 21:09

    Fortunately che non tutti i linguist hanno la same opinion. Lascio la word a Otto Jespersen, Bruno Migliorini e Arrigo Castellani, tutti greatissimi linguist:

    «Sono fermamente convinto che i dotti non debbano contentarsi di stare passivamente a guardare, ma che debbano prendere parte attiva, ciascuno nel proprio paese, a quelle azioni che stanno modificando le condizioni linguistiche, se è possibile migliorandole. Troppa parte è lasciata in queste azioni a dilettanti ignari: è un fatto ben noto che non c’è campo delle conoscenze umane in cui il primo venuto creda d’aver maggior titolo ad esprimere senza studio scientifico una propria opinione che nelle questioni concernenti la lingua materna: quando si discute sulla grafia o sulla pronunzia o sulla flessione o sull’uso di un termine, egli ha bell’e pronta una risposta, che per lo più non è che un ricordo sbagliato di quello che ha imparato a scuola da maestri indotti. Quelli che si sono seriamente occupati delle lingue e del loro sviluppo non debbono tenersi estranei a tali discussioni, ma debbono usare le loro conoscenze a beneficio della propria lingua: altrimenti c’è rischio che essa sia danneggiata dall’influenza conscia di altri che non hanno conoscenze sufficienti per far da guida in questo campo.»

    “Sottoscrivo a due mani alle parole dello Jespersen”, dice Bruno Migliorini nell’“Arch. glott. it.” del 1935 (p. 33, n. 3). Anch’io: i linguisti italiani, o quei linguisti italiani che amino l’italiano – e ce ne sono –, dovrebbero, quando si tratta di modificare a livello conscio la situazione esistente, sia pure in minimi particolari o nella scelta d’un solo vocabolo, presentarsi e agire come addetti ai lavori, e non lasciare che fisici, ingegneri, biologi, economisti, burocrati e agenti pubblicitari decidano di cose a loro ignote, facendo poi ratificare la decisione ai giornalisti. La glottotecnica miglioriniana, tenuta a battesimo nel 1942, è conseguenza e traduzione in un programma concreto del monito dello Jespersen; monito che mi sembra, oggi, più attuale che mai: ricordiamoci che siamo responsabili. (ArrigoCastellani)

    Lasciate il language nelle sole hand degli speaker e guardate i result.

  • Ruscarola ha scritto il 6 aprile 2012 - 13:02

    Veramente il lei era una forma di rispetto, non una questione di netichetta, ma se preferisci ti do del tu, per me non c’è problema. Rimane che le tue risate di commento, così come scritto, sono inopportune in una discussione che dici essere rispettosa delle opinioni altrui. Sarebbe una offesa alle intelligenze dei partecipanti negarlo… come minimo hai sottovalutato il comprensibile fraintendimento nella lettura della tua risposta, dovresti curare di più questo aspetto. Penso che anche la netichetta italiana preveda di stare attenti a ciò che si scrive. :)

    Conosco l’articolo di De Mauro che citi, risale alla prima metà degli anni 2000. Lo stesso De Mauro ha però ha aspramente contestato il dilagare degli anglicismi proponendo, nello stesso periodo, di abolire termini come “question time”, usati in parlamento (http://archiviostorico.corriere.it/2000/giugno/26/Mauro_propone_abolire_termini_come_co_0_00062610530.shtml).

    Ciò che dici riguardo ai parlanti mi sembra abbastanza ovvio! Se pensavi che qui qualcuno pensasse di obbligarli a scegliere certi termini sei fuori strada ed è meglio tu rilegga l’articolo. Se così non è, qui si sta parlando di proporre in modo serio dei sostituenti italiani (sul modello spagnolo e francese) dato che oggi in Italia non esiste nessuna alternativa alle isolate iniziative private, di fatto impossibilitate a fronteggiarela forza condizionante dei mèdia.
    Il problema riguarda la mancata azione istituzionale, dopo di che mi pare chiaro che siano i parlanti a scegliere. Ma dire che oggi la situazione lascia la scelta del termine al parlante vuol dire non vedere la realtà: il parlante è sottoposto a un condizionamento mediatico continuo, rispetto al quale non ha alternative… che altro dovrebbe fare se non adeguarsi?
    Per questo le azioni istituzionali sono necessarie: per dare davvero (non come ora) la possibilità di scegliere.

  • Carnby ha scritto il 9 aprile 2012 - 22:05

    «Che diciamo, pellicolizzare?, pellicolistico? Questi sono i limiti alla ricerca dell’omogeneità assoluta, che poi sarebbe il purismo.»
    Non sono d’accordo. In ispagnolo s’usa comunemente película e nel linguaggio cinematografico italiano pellicola è usato come sinonimo «prestigioso» di film. Il purismo poi è una cosa differente: con questo termine s’intende l’epurazione dalla lingua di tutte le parole che – nel caso dell’italiano – non abbiano un’origine latina o greca. Un vero purista non userebbe neppure bistecca o bloccare (e forse nemmeno il toscanissimo cacciucco, dal turco küçük), tanto per fare qualche esempio.

  • Roberto ha scritto il 11 aprile 2012 - 17:48

    La soluzione e’ molto semplice: come dice l’articolo…revestiamo i foriesterismi d’italiano secondo le regole grammaticali della lingua. Dobbiamo sostenere il decreto di legge per l’istituzione del “Consiglio superiore della lingua italiana.” Fare una ricerca in rete se non avete mai sentito di questo decreto legge. Come si potrebbe contattare il responsabile di questo ddl per esprimere il nostro sostegno? Idee??

  • Pensiero ha scritto il 1 maggio 2012 - 14:12

    Secondo me è sbagliato dire che le parole straniere vanno “rivediste di italiano”, così si veicola un messaggio che sa di ridicolo o puerili, bisogna dire che quanto non si può sostituirli con neologismi si “italianizzano” i foresterierismi: gli si dà, metaforicamente, cittadinanza italiana.

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Massimo Arcangeli | Facoltà di Lingue e letterature Straniere - Università di Cagliari